di Lorenzo Amuso
Salire su un ring nella scialba periferia di Londra, prendere una gragnuola di pugni che costano l'incontro, rifare le valigie e abbandonare i giochi dopo appena due minuti di ebbrezza olimpica: difficile immaginare un compleanno più avvilente. Non è così per Mihaela Lactus, una delle 24 pugilesse che oggi hanno tenuto a battesimo il primo torneo femminile di pugilato alle Olimpiadi. Orgoglio, soddisfazione, gioia per la caduta dell'ultimo bastione del maschilismo sportivo. Londra 2012 segna l'ingresso ufficiale della boxe al femminile nella famiglia olimpica. Un'inclusione - imposta 'obtorto collo' al Cio nel 2009 - destinata a ridefinire i confini della parità dei sessi, oltre che i contorni delle atlete, vere e proprie pioniere del femminismo coi guantoni. Perché dopo la fugace apparizione nel 1904 ai Giochi di St. Louis, il pugilato donne non solo era scomparso dal programma olimpico ma soprattutto era stato osteggiato (e vietato) quasi ovunque per tutto il '900. Apripista della nuova frontiera dell'uppercut, come già in occasione della rivoluzione sessuale, la Svezia, che nel 1988 promuove una delle prime riunioni internazionali. Ma ci vogliono altri 20 anni per il primo mondiale "ufficiale". Un lento cammino che oggi ha portato a Londra 36 atlete di 23 nazioni (Italia assente) in rappresentanza dei sei continenti. Dodici medaglie in palio per tre categorie di peso: piuma, leggeri e medi. Il ring leggermente più piccolo rispetto a quello utilizzato dagli uomini è l'unica differenza. Incontri di quattro round da due minuti ciascuno, cinque giudici a bordo ring che sanciscono la vincitrice, caschtto d'ordinanza. Certo, le categorie degli uomini sono 10, gli atleti 250. Ma il debutto del pugilato in gonnella - definizione impropria più che sessista, dal momento che una sola boxer la polacca Karolina Michalczuk rinuncia ai tradizionali pantaloncini ascellari - è stato un successo. Arena stracolma ed entusiasta festoso, persino anti-decoubertianamente sciovinista quando fischia sonoramente la statunitense Quanitta Underwood, avversaria (poi sconfitta) dell'idolo di casa Natasha Jonas. O quando contesta apertamente i verdetti arbitrali. L'ultimo stadio dell'uguaglianza tra i sessi - nella buona e cattiva sorte, anzi in quella più dolorosa - smentisce dunque scetticismi e smonta pregiudizi tra ganci e knockout: anche le donne se le danno di santa ragione. In maniera forse meno poetica di "Million Dollar Baby", l'affresco cinematografico che Clint Eastwood ha dedicato alle donne pugili, ma altrettanto crudo. Come ovvio fin dal primo match della giornata, quello storico tra la russa Elena Savelyeva e la nord-coreana Hye Song Kim. In attesa dell'esordio lunedì dell'irlandese Katie Taylor, quattro volte iridata favoritissima per l'oro, oggi le ha rubato scena e ring l'indiana Chungneijang Mery Kom Hmangte, poliziotto con cinque mondiali vinti e due figli. Che è ritornata a combattere, dopo il ritiro, proprio per non mancare la consacrazione dei cinque cerchi. "Le Olimpiadi sono speciali - le parole di Mary Kom -. Tutti gli atleti sognano di parteciparvi, è il massimo essere qui, come se avessimo già vinto tutte". Perché per queste indomite combattenti, incrociare i guantoni ed eventualmente finire al tappeto stordite appaiono diritti inalienabili, neanche si trattasse del suffragio universale. Può anche apparire incomprensibile, ma é meglio non contraddirle.